Incontro con Luigi Ballerini
Lecco, 6 febbraio 2018
Annamaria Formigoni: Questo incontro nasce dall’esigenza che emerge nelle assemblee, nei colloqui coi genitori, per le strade e nei luoghi educativi, di affrontare un problema di questi tempi, che han cambiato la nostra mentalità e soprattutto la mentalità dei nostri figli. Per noi l’educazione è sempre il punto piu’ importante della società, ma, oggi, educare cosa vuol dire? Come possiamo fare i conti con questi nuovi strumenti che sono andati avanzando e hanno veramente rivoluzionato la mentalità?
Siamo stati educati a pensare che quello che ci capita, le circostanze in cui veniamo messi hanno sempre un positivo con cui fare i conti, un positivo assoluto ed un positivo da declinare. Ecco perché l’urgenza educativa è fare i conti con i social, con questa realtà che, come ci dicono da ogni parte, porta via sempre di piu’ tempo – e di questo ci accorgiamo – a noi adulti ed ai nostri figli.
Abbiamo invitato il dott. Ballerini, psicanalista e scrittore di libri per ragazzi e non solo che ha fatto della tensione educativa una missione della sua vita e ad essa dedica moltissimo tempo.
Luigi Ballerini: Sono contento di vedere anche i papà. Consideriamo ancora l’educazione un affare da donne, in cui i papà non c’entrano… c’entrano, eccome!
Inizio leggendo queste quattro frasi in sequenza:
- “La nostra gioventù’ ama il lusso, è maleducata, si burla dell’autorità, non ha alcun rispetto per gli anziani. I bambini di oggi sono dei tiranni. Non si alzano quando un vecchio entra in una stanza, rispondono male ai genitori, in una parola sono cattivi”.
- Non c’è piu’ alcuna speranza per l’avvenire del nostro Paese se la gioventù’ di oggi prenderà il potere domani perché questa gioventù è insopportabile, senza ritegno, terribile“.
- “Il nostro mondo ha raggiunto lo stadio critico: i ragazzi non ascoltano i genitori… la fine del mondo non può essere lontana…”
- “Questa gioventù’ è marcia nel profondo del cuore, i giovani sono maligni e pigri, non saranno mai come noi, non saranno capaci di mantenere la nostra cultura”.
La prima è di Socrate (470 a.C.), la seconda è di Esiodo (720 a.C.), la terza è di un sacerdote dell’antico Egitto del 2.000 a.C. e l’ultima è un’iscrizione su un vaso di argilla dell’antica Babilonia (3.000 a.C.).
I giovani non sono mai piaciuti nella storia dell’umanità, a noi adulti non piacciono…
Ho trovato recentemente questa citazione, che ho messo nel mio nuovo libro, del IV Secolo a.C. di Platone, nella Repubblica:
“Oggi il padre teme i figli, i figli si credono uguali al padre, non hanno rispetto né stima per i genitori, ciò che essi vogliono è essere liberi. Il professore ha paura degli allievi, perché gli allievi insultano il professore. I giovani esigono immediatamente il posto degli anziani. Gli anziani, per non apparire retrogradi o dispotici acconsentono a tale cedimento e, a corona di tutto, in nome della libertà e dell’uguaglianza, si reclama la libertà dei sessi“ – IV secolo avanti Cristo.
Finché sono dei bambini, piccoli, teneri frugoletti, ci piacciono. Quando iniziano a crescere, i giovani non ci piacciono più e questo io lo considero un test di vecchiaia… chiunque pensi che i giovani di oggi sono peggio di come eravamo noi è vecchio, potrebbe avere vent’anni, quaranta o sessanta è vecchio dentro.
La questione è: cosa non hanno saputo leggere nei giovani questi autori? Cosa noi non siamo capaci di leggere nei giovani, siano i nostri figli o i nostri alunni?
Qualche mese fa, Papa Francesco ha fatto un incontro in un’Università, credo fosse Tor Vergata. Aveva un discorso preparato ma, ad un certo punto, ha deciso di parlare a braccio, ha dato il discorso al Rettore dicendo di pubblicarlo. Ha lasciato parlare gli studenti e uno studente, più vecchio di testa del Papa, ha cominciato a dire: “come facciamo a vivere in quest’epoca?”. Papa Francesco ha dato una risposta interessante, con quello stile che lo rende detestato a molti perché è terra-terra, popolare e molto gradito ad altri, che apprezzano questo linguaggio diretto, uso di metafore semplici, non particolarmente elaborate. Ha usato un’immagine interessante. Ha risposto a questo ragazzo dicendo: “dobbiamo essere come il portiere di una squadra di calcio e dobbiamo prendere la vita da dove viene”. Il portiere non decide se la palla deve arrivargli rasoterra, a cucchiaio, a campana, di traversa, di rimbalzo, nell’angolo, all’incrocio dei pali… non decide da dove gli arriva la palla, il suo compito è prenderla. Mi è sembrato interessante che lui abbia posto al ragazzo la questione: la vita ci arriva da qui, basta lamentarsi, dobbiamo prenderla da qui!
Non è la lamentela: “in che tempi… Whatsapp… il cellulare…i social… stan tanto attaccati…”
La vita arriva da qua. Non possiamo accompagnare nella crescita i ragazzi del 2018 come se fossero ragazzi degli anni ’70, non possiamo neanche pensarlo. Sono ragazzi del 2018 ed a loro la vita arriva così. A noi arrivano dei ragazzi così. Potremmo volerli diversi, potremmo volere un mondo diverso ma, come portieri, dobbiamo prendere la vita da dove arriva ed anche i ragazzi devono farlo.
Mi sembra un’apertura davvero interessante questa perché il mio libro che è in uscita per la San Paolo sul tema ha come titolo – un po’ giornalistico un po’ provocatorio forse – “Né dinosauri né ingenui”, sottotitolo “Crescere i figli nell’era digitale”.
I genitori-dinosauri dicono: “io ho vissuto senza cellulare cosa se ne fa lui?”,“suo fratello l’ha avuto quando faceva la terza superiore, lui l’avrà in terza superiore…” peccato che suo fratello ha dieci anni di più e l’ha avuto in terza perché il cellulare è nato quando era alle superiori!
Ho conosciuto una mamma dinosauro, il cui ragazzo di terza media anelava disperatamente ad un cellulare. È tornato da me dopo Natale, furioso. Gli dico: “cos’è successo?”. Mi ha sbattuto sulla poltrona (credo fosse) un Microtac della Motorola. “Cos’è questo?” “E’ il cellulare che mi ha preso mia mamma”. Sua mamma gli ha detto, quando lui ha chiesto cos’era, che il cellulare serve per telefonare e questo telefona… è una mamma un po’ sadica perché l’unica cosa a cui non serve un cellulare è telefonare. Serve per mandare messaggi, stare in chat, guardare i video, ascoltare la musica, vedere Youtube, essere connesso… la chiamata è proprio l’ultima cosa, non si chiamano i ragazzi tra loro…
Il dinosauro è il genitore tardivo digitale, così lo possiamo definire.
Noi siamo immigrati digitali, cioè siamo nati in un mondo analogico e poi ci siamo convertiti ad un mondo digitale.
Un estremo è il genitore-dinosauro, fuori dal mondo, l’altro estremo è il genitore ingenuo che dà il tablet prestissimo. Cosa c’è di meglio per regalo per la Prima Comunione? Adesso l’introduzione dello smartphone, al più tardi, avviene in quarta elementare con la Comunione perché è un regalo perfetto, nella maggioranza dei casi.
Faccio, sempre più spesso, incontri alla scuola dell’infanzia… esistono dei genitori più giovani di voi, alcuni molto più di voi, al primo figlio di tre anni, che pongono questioni che noi non ponevamo, per cui all’incontro chiedono: “come faccio a togliere il tablet a mio figlio?”. Domanda:”quanti anni ha suo figlio?” “Tre”. “Cosa succede se glielo toglie?” “Piange”. A me vien da dire: piange, ma non dobbiamo fare i superficiali. Può esserci una nuova generazione di genitori per cui questo è un problema!
Noi li guardiamo con snobismo : “siamo meglio perché siamo più vecchi”, ma i giovani genitori prendono la vita da dove arriva. È evidente che un tablet a tre anni l’abbiamo messo in mano noi, però la “Common Sense Media Research”, un’analisi negli Stati Uniti, vecchia del 2013, dava il 42% dei bambini di due anni che avevano dimestichezza con un touch screen… non credo che la stessa ricerca, fatta adesso, darebbe percentuali diverse… probabilmente in crescita!
Parliamo dei “mobile born”: sono quelli nati con il mouse in una mano e il biberon nell’altra… a scuola poi i mobile born arrivano, adesso sono ancora alla scuola dell’infanzia, arriveranno alla scuola primaria tra 2, 3 o 4 anni… magari arrivano già… per cui, fra un po’, dire che il cellulare viene introdotto in quarta elementare e ci sembra presto potrebbe sembrare quasi anacronistico!
Gli estremi sono: da una parte dinosauri, dall’altra genitori-ingenui: ti do in mano un cellulare, uno smartphone, un tablet molto presto, ingenuamente penso che ti farà diventare “più”: più intelligente, più attivo, dinamico. Ti do in mano uno strumento che ti “mangia”, di cui non riesco a capire bene non solo le potenzialità ma anche i rischi. Dovremmo chiederci, d’altro canto, perché gli diamo in mano un tablet così presto.
La tentazione di noi genitori è: i bambini ed i ragazzi non hanno più tempo, non gli diamo più tempo: devono arrivare alla primaria che sanno già leggere e scrivere, possibilmente bene. Va benissimo la pre-lettura e la pre-scrittura, ma pensate che accelerazione, devo arrivare che so già… Se in prima resto un pochino indietro sulla lettura… sospetto… certificazione o, quanto meno, test! Mi vien da dire: “Aspetta!”.
Ho maestre che mi telefonano a novembre, dicendo “questo bambino non è che è dislessico?” Risposta: “Ma che classe fa?” “La prima”. Ha iniziato da due mesi, diamogli tempo!
Noi li vogliamo “più”: più bravi, più intelligenti, per cui gli diamo l’applicazione con cui impareranno l’inglese, gli facciamo l’app… illudendoci, perché poi restano a “the book is on the table” fino alla terza media, poi c’è questo scarto… iniziamo l’inglese prestissimo, gli diamo tutte le app, poi siamo a “the book is on the table”, quando va bene, poi avremo chi spicca. C’è anche questo scarto: nessuno è mai andato a vedere quanto la promessa venga mantenuta.
Dell’intelligenza digitale si sta parlando tantissimo, si dice tutto e il contrario di tutto, c’è consenso nel dire che quella digitale la possiamo anche definire intelligenza “one click”: essenzialmente è sempre una scelta, un binomio “clicco o non clicco”, zero piuttosto che uno, si/no. È davvero intelligenza, questa? È la dimestichezza con scelte binarie, sempre e solo binarie, che poi possono sfaccettarsi perché se vado di qua apro un mondo diverso che se vado di là, ma sono sempre scelte binarie. Ci si sta ponendo la questione: ma le scelte della vita sono sempre binarie? È sempre bianco/nero, si/no, clicco/non clicco? C’è una rivisitazione in atto su questa cosiddetta intelligenza digitale.
Quando sento un adulto stupito che dice: “ com’è intelligente, è più bravo di me sullo smartphone!” penso: “ma è intelligenza, questa?”… senza ferire nessuno, ma è a prova di idiota! Io adoro Steve Jobs perché mi ha permesso, quando dovevo fare la tesi con un linguaggio assurdo, mi ha fatto capire che se io cliccavo due volte si apriva una finestra… La dimestichezza con uno strumento, noi la chiamiamo intelligenza? A volte ammiriamo i ragazzi: “guarda com’è capace di fare qualcosa che non sono capace di fare io!”. Non sono capace solo perché non mi ci sono messo, siamo capaci di fare cose molto più complesse, elaborare decisioni molto più articolate!
La domanda è: “perché gli diamo in mano gli strumenti così precocemente?”
La prima risposta è: perché uno schermo ha la funzione che esercitava la televisione con i miei figli: quando ero stanco, dovevo dormire, li mettevo davanti al cartone e stavano buoni… per cui questo è un sedativo potente. Tristissimo vedere le famiglie che vanno al ristorante e, intanto che ordinano, ci sono i ragazzi che stanno giocando, ma questi giochi glieli danno i genitori per tenerli buoni o distrarli.
La vita è una continua distrazione, fin da piccoli. Gli faccio vedere il cartone perché mangi… ma il mangiare è un gusto, non è alimentarsi, non è nutrirsi! Il mangiare è un atto del corpo, devo distrarmi?
È da un po’ di anni che su Amazon vendono “I-potty”, un vasino per imparare a fare i bisogni che ha il sostegno per metterci il talbet. Pensate che razza di lavoro è per un bambino imparare il controllo dello sfintere, il riuscire a diventar grande… l’idea della distrazione… abbiamo le macchine in cui abbiamo sul poggia-testa il tablet o lo schermo così il figlio non si annoia durante il viaggio.
Una funzione degli strumenti è la distrazione, l’altra funzione è che pensiamo che aiuteranno a diventare “più”: più intelligenti, brillanti, competenti, così imparano prima l’inglese.
Il genitore ingenuo è l’altra faccia, l’altro errore, l’altra tentazione. Uno dice “non te lo do fin quando non sarai maggiorenne”, l’altro dice: “te lo do”, ma così presto che poi ti mangia. Noi genitori rischiamo di oscillare tra questi due poli.
Io credo che la questione sia ulteriormente da allargare: “cosa ci ha fatto il digitale?”. Cosa sta facendo ai nostri bambini o ragazzi? … Ha fatto qualcosa: ad esempio ha cambiato il loro modo di stare insieme.
Prima o poi questo strumento l’avranno in mano. (Evitate la domanda su quando prenderglielo o regalarglielo. Valutatelo voi, siete voi i genitori. È responsabilità di ogni genitore decidere quando è il momento!) Quando l’avrà, e anche se non l’ha ma ce l’hanno i compagni, il loro modo di stare insieme è cambiato, rispetto a come noi possiamo ricordare. È cambiato perché l’altro si è smaterializzato, perché si è creato un canale di comunicazione parallela, che ha codici linguistici diversi, gli adulti che intercettano le chat dei ragazzi delle medie, a volte anche delle elementari, si scandalizzano, di solito perché si scrivono, a volte, cose orribili o si mandano foto orribili. La questione è che, per loro, non sono orribili (quando non è intenzionale). Non lo sono perché la parola si depotenzia. Qual è il binario parallelo? In chat io posso scriverti delle cose tremende, delle offese, anche tra ragazze (il vecchio livello da caserma maschile è ampiamente superato!)… e poi con la stessa persona, stesso compagno, stesso amico, quando ci si incontra nel corridoio della scuola il nostro registro linguistico sarà diverso, le cose che ci diremo saranno diverse. È uno sdoppiamento di un piano di comunicazione parallelo e niente affatto ininfluente, perché ha un effetto: io soffrirò da matti perché la mia amica mi tratta bene in classe e poi, magari, mi dice delle cose o scrive delle cose tremende su di me o “mette la faccina che ride” quando uno scrive delle cose tremende su di me e questo sconcerta un po’. Quelle frasi non le direi mai di persona, quelle foto non te le consegnerei mai a mano. La mediazione che fa il mezzo digitale, quindi la smaterializzazione (l’altro si allontana, non lo vedo più), a volte ha un effetto disinibitore.
Ho visto oggi pomeriggio una ragazza che ha deciso di sembrare una “bad girl”, la bad girl si comporta da bad girl e scrive da cattiva ragazza… non lo è affatto però le piace farlo, e dove lo farà? Non nella vita reale. Ha avuto magari questa tentazione di essere un po’ diversa ma sui social può farlo davvero.
Si inizia a creare una separazione anche di sé che, a volte, è complessa e che disorienta gli adulti, che non capiscono questo diverso livello, il codice linguistico, il registro diverso… i ragazzi a volte si sorprendono del nostro sorprenderci. È accaduto qualcosa nel modo in cui loro si parlano, si trattano, è accaduto qualcosa alla loro concentrazione, perché quando incontro i ragazzi e dico loro “oggi provate a spegnere il cellulare quando studiate” la maggior parte dicono: “lo silenzio”, ma io dico “no, spegnilo”, qualcuno fa “urca, spegnerlo????”
Il pensiero non può fare il ping-pong durante un pomeriggio. […]
Quando i ragazzi ci dicono che hanno studiato tutto il giorno non mentono, pensano di aver studiato. Studiare però non è stare sul testo, e neanche continuare a leggerlo perché se io continuo a leggerlo, continuo ad accertarmi che il testo lo sa, per cui io leggo la “battaglia di Waterloo”, la leggo 10 volte e per 10 volte mi accorgo che il libro la sa davvero bene!!! La questione è: ma io l’ho imparata? La verifica del mio apprendimento la faccio? Non è solo una questione di metodo ma … se il pensiero ha fatto ping-pong tutto il pomeriggio tra i verbi fraseologici e altro, sarà difficile che faccio diventare miei i verbi fraseologici.
Quando dico ai ragazzi: “ma non è così il vostro pomeriggio?”, molti rispondono di sì. Che agonia: tre ore buttate via per non imparare niente quando questi benedetti verbi fraseologici, ti assicuro, in 20 minuti li impari, porti a casa un bel voto, hai due ore e mezza libere per fare altro… magari per vedere bene un video!
I social hanno effetti su come stanno tra loro, hanno effetti sulla loro concentrazione, hanno effetti sulle cattiverie che possono farsi… perché il cosiddetto cyberbullismo è la variante digitale del vecchio bullismo ma ha delle caratteristiche precise: l’amplificazione (anche in classe mia facevamo girare dei bigliettini tipo: questa ragazza è una…, ma il giro dei bigliettini cosa poteva fare, arrivava a cinque, sei, sette… poi non dovevamo farci vedere… morta lì). Adesso posso scrivere: questa ragazza è una… e lo può sapere tutta la scuola! e anche il gruppo di pallavolo… e anche quelli del mare… anche quelli che non la conoscono e inizieranno a pensarla e, magari, a chiamarla così quando la incontrano.
Seconda caratteristica: obiquitario. Io ero un poco bullizzato in seconda media, ricordo bene, stavo male a scuola ma almeno quando arrivavo a casa respiravo. Poi stavo male all’idea di tornare a scuola ma a casa respiravo. Ora il mio persecutore mi trova ovunque, non è che se io torno a casa smette e lo può fare ovunque e sempre, anche di notte. Se gli viene in mente alle 3 di notte di sparare qualcosa contro di me ha la facoltà di farlo! Pensate che razza di amplificazione nella diffusione, nel tempo e poi che cosa accade? Che nei social non ci sono adulti, in questo “black mirror”, lo specchio nero in cui ci rivediamo, del cellulare o di uno schermo qualsiasi, non ci sono adulti. Se accade qualcosa a scuola o in palestra c’è la possibilità che un genitore mi intercetti, o un bidello, la preside, un insegnante, nei social non ci sono adulti e non c’è nessuno che potrà difendermi. Che cambiamento!
Il mio intento non è spaventarci. Dobbiamo sapere, ma non spaventarci. Cosa facciamo? Eliminiamo Whatsapp? Cioè facciamo una campagna, su Whatsapp… La vita ci arriva da qua!
Cos’è chiesto, a noi genitori, oggi? Io credo che ci sia chiesto di cambiare il concetto di educazione. Talora vedo intendere l’educazione in senso sottrattivo, un’educazione in sottrazione: il classico “ti tolgo la Playstation, non ti mando a calcio, non ti mando in gita, alla festa”… è tutto in sottrazione. L’efficacia è dubbia. Qualche volta va fatto e con decisione, ma, a volte, l’efficacia è dubbia perché se mio figlio non studia, noi pensiamo che, togliendogli il calcio, studierà di più? Pensiamo che gli verrà voglia di diventare più bravo in quella materia, sarà più appassionato, avrà desiderio di recuperare? Sicuramente si arrabbierà, magari su qualcuno funziona ma …
L’educazione oggi non “tiene più” in sottrazione, ma dev’essere un’educazione in offerta. Cosa vuol dire? Che oggi abbiamo un compito che forse i nostri genitori non avevano che è quello di offrire il reale.
Io ho coniato uno slogan per me: “la sfida con il virtuale si vince nel reale”. Che cosa intendo? Se c’è un reale interessante, affascinante, appassionante e coinvolgente il virtuale si mette a servizio di questo reale.
Se ho degli amici veri, sinceri, buoni e di carne Whatsapp è meraviglioso, nel gruppo classe possiamo organizzare in un minuto la sfida di calcio domani all’intervallo, una festa a sorpresa o un’uscita… possiamo perfino ottimizzare i compiti… perché dobbiamo fare tutti e 25 la stessa espressione? La fa uno, la condivide, è un’ottimizzazione fenomenale del tempo!!! A parte le battute penso che, piuttosto che togliere, dovremmo preoccuparci che esista un reale interessante.
Il reale interessante significa che dobbiamo correre qualche rischio. Perché parlo di rischi? A volte vedo dei genitori che mi dicono che il figlio è un bravo ragazzo perché sta tutto il giorno in casa. Cosa fa? E’ in camera! A volte noi preferiamo averli sott’occhio, ci sembrano protetti. Il rischio è che dovremmo mandarli di più a impattarsi con la realtà: aprire le case, ospitare amici, fidarci a mandarli in casa di altri. Vorrà dire che dovremo conoscerci tra famiglie, fare rete, fare amicizia, conoscerci, frequentarci, favorire in modo possibile i rapporti fisici e i luoghi dove questi accadono: la scuola, le gite, l’oratorio, le palestre, dove volete, i corsi….
Offrire il reale vuol dire che dovremmo evitare che un ragazzo di 17 anni quando mi parla della sua fidanzata e gli chiedo dove l’ha conosciuta mi risponde: “sui social”. “Quando la incontri?” “Tutti i giorni, sui social” “e quando la baci?”, lui si ritira un po’. Gli dico: “ma tu non la baci la tua fidanzata?” e lui mi guarda un po’ stralunato. Dovremmo evitare che possiamo arrivare a 17 anni pensando di avere una fidanzata che non bacio. Non è una fidanzata!… così come avere amici che non esistono!
I nostri figli che giocano online, giocano con quelli che conoscono ma anche con quelli che non conoscono ed è bellissimo. Dobbiamo dirgli come stare attenti. Quando sento un ragazzo di Lecco dire che il suo migliore amico è di Ostia e si trovano tutte le sere a giocare a Fifa o ad altri giochi online mi vien da chiedere se può essere davvero un amico così…
In una situazione in cui la realtà si smaterializza, i rapporti si fanno sempre più liquidi, dobbiamo favorire l’esperienza nel reale, rischiare che ci sia tutto il reale per me, ossia che il mio corpo si muova all’interno del reale.
La scuola deve prepararsi ad avere bambini sempre più maldestri: hanno meno capacità nella motilità fine e nella motilità grossa, grossolana. Non sanno fare le capriole, non sanno saltare, non sanno allacciarsi le scarpe, imparano tardi a mangiare da soli con destrezza perché si smaterializza l’esperienza. Li abbiamo illusi da piccoli che disegnare sia strisciare un dito su un tablet. Questo è un errore: disegnare è un’esperienza del corpo: “sniffare” la colla (tutti noi ce ne ricordiamo ancora l’odore), le mani che si impiastricciano, il rumore, il fruscio della penna che gratta, o il foglio che si buca, il sapore dei pastelli a cera succhiati; disegnare prende tutti i sensi. I nostri giovani s’impoveriscono dei loro sensi: c’è il primato ad un senso che è la vista, poco l’udito e basta. Qualcuno mi dice: il tatto, ma strisciare un dito sul vetro non è sviluppare il tatto, perché il tatto è sentire il caldo e il freddo, il duro e il liscio, il morbido o il ruvido… È un senso, essenzialmente. Un corpo, una realtà che si impoverisce…
[…]
Io credo che tra pochi anni sorrideremo quando penseremo che ci siamo trovati a discutere perché preoccupati di Whatsapp. È giusto che adesso ci preoccupiamo, ma la sfida andrà a toccare qualcosa di più importante, ossia che cosa rende l’uomo uomo. Quando gli androidi saranno indistinguibili, che cosa li distinguerà? Questo non è uno scenario da fantascienza perché questa è già scienza, la scienza sta andando avanti rapidamente. L’esperienza si smaterializzerà sempre più, persino l’umanità, paradossalmente, diventerà fluida o liquida, dovremo tenere la barra dritta su qual è il valore del reale, perché il reale è interessante, ma dobbiamo considerarlo noi interessante, perché è positivo, dobbiamo considerarlo noi da adulti positivo… cascheremo anche noi nella tentazione che il virtuale è meglio!
La nuova sfida sarà che cosa rende uomo l’uomo, qual è il proprio dell’umano che anche l’intelligenza artificiale non riuscirà a copiare.
Siamo partiti dal 3.000 a.C….. io non disegno nessuno scenario di sciagura perché ho la piena fiducia che i nostri figli e i nostri nipoti troveranno la via, ossia sapranno prendere la palla che arriverà loro, che sarà magari le androidi Sofie che gireranno per strada o, magari, che entreranno in classe. Loro sì che conosceranno la griglia valutativa perfetta per stabilire i voti e faranno star zitte le mamme che li contestano, anzi non oseranno andare nemmeno dalla prof-androide, un po’ perché fa paura poi perché saranno certe che non sbaglia. La questione è: sarà capace di accompagnare nella crescita mio figlio, di ascoltarlo, di dirgli la parola giusta al momento giusto, avrà questa sensibilità? È una questione aperta, interessante.
Spero di non avervi spaventati, anzi di avervi fatto venir voglia di guardare i nostri ragazzi con stima, sapendo che si trovano già a gestire una realtà complessa ed articolata; ma proprio perché così non possiamo abbandonarli, non possiamo fare i puri controllori e, nemmeno, i puri sottrattori. Ci conviene proporre un’ipotesi di reale.
La questione interessante è come viviamo noi il reale, il lavoro… non c’è bisogno della tecnologia… la predica che dice: è il tuo compito, devi studiare, devi piacerti la scuola… poi quando guardano la nostra faccia alla mattina quando andiamo al lavoro… è 2+2, se io non stimo il mio lavoro, se non lo apprezzo (non devo uscire come la pubblicità della colazione… già mi alzo alle 6 meno 10, dovessi fare così probabilmente mi alzerei alle 5 oppure inizio a preparare la colazione adesso… non dico di essere così)… un po’ di slancio sulla realtà sarebbe bello che l’avessimo anche noi. Se non l’abbiamo noi speriamo che i nostri figli incontrino qualche adulto che ce l’ha, perché non dobbiamo fare tutto noi!
Volevo lasciarvi con una citazione, un passaggio di Peguy (nella traduzione che preferisco): “chiedete ad un padre se il momento migliore non è quando i suoi figli incominciano ad amarlo come degli uomini, lui stesso come un uomo, liberamente, gratuitamente… chiedetelo a questo padre i cui figli crescono, chiedete a questo padre se non c’è un’ora segreta e un momento segreto… e se non è quando i suoi figli incominciano a diventare degli uomini, liberi e lui stesso lo trattano come un uomo, libero. Lo amano come un uomo…. Chiedete al padre se non c’è un’elezione tra tutte e se non è quando la sottomissione, precisamente, cessa e quando i suoi figli, divenuti uomini, lo amano, lo trattano, per così dire, da intenditori, da uomo a uomo, liberamente, gratuitamente, lo stimano così”.
Lo trovo davvero interessante come passaggio perché lo spettacolo dei nostri figli che crescono è uno spettacolo senza repliche, possiamo avere dieci figli ma sono dieci spettacoli diversi, non sarà mai lo stesso. A volte noi ci perdiamo lo spettacolo della crescita perché spaventati, preoccupati, fissati su alcune questioni, distratti dalle nostre questioni. È proprio un peccato perdersi questo spettacolo. È lo spettacolo di ragazzi che crescono nel 2018 e che stanno diventando uomini.
Il mio augurio è che ci sia presto l’ora segreta e il momento segreto che è quando i nostri figli incominciano a diventare uomini e iniziano a trattarci da uomini.
Ogni genitore arriverà al punto in cui capisce che non può più chiedere la sottomissione, posto che l’abbia mai chiesta… ossia arriva il momento in cui al: “io ti dico che si fa così”, lui farà diversamente. Questa per il ragazzo è una scoperta, per fortuna lo scoprono tardi. Per i ragazzi che lo scoprono presto è un pasticcio. Io li vedo. Quando dici loro: “tu non esci!” loro rispondono: “no, io esco”, il “ti ho detto che stasera non esci”, tiene finché non esce, ma quando esce, è fatta. Cosa facciamo? Lo chiudiamo fuori casa? Poi ci viene il senso di colpa, è un reato: abbandono di minore… lo chiudo fuori casa poi qualche figlio fa le scenate, si mette a gridare nel palazzo che l’han chiuso fuori, bussa… La sottomissione, se mai tiene, ad un certo punto non terrà più’!
È un’elezione quando la sottomissione cessa, perché lascia il posto al fatto che i figli, divenuti uomini, ci amino da intenditori, da uomo a uomo. Cosa vuol dire amarci da uomo a uomo? Come genitori, come educatori, come insegnanti? Vuol dire che hanno chiaro che abbiamo la stessa questione individuale, che il mio papà e la mia mamma, esattamente come me, hanno la questione di essere felici, hanno lo stesso desiderio che ho io. Inizieranno a guardarci non più come quelli che sanno tutto, che puniscono ma come quelli che affrontano la realtà con un desiderio. Speriamo che questo accada presto, ma speriamo che accada il contrario, prima! Perché questo accada, deve accadere qualcosa prima, ossia che noi dobbiamo guardare loro come dei soggetti che hanno una questione individuale anche se sono piccoli, a volte fanno cose stupide (non sono mai stupidi, fanno cose stupide o possono farlo anche da piccolini). Esattamente come noi, quando si svegliano al mattino, hanno un desiderio, che è quello di essere felici. Come faccio ad essere felice, oggi?
Provare a guardare i nostri figli in questo modo ci permetterà anche di essere più “leggeri” e, sapendo che il desiderio si compie dentro il reale, non ci preoccuperemo solo di controllare, sottrarre, monitorare il virtuale (cosa che dobbiamo fare)… ma il nostro compito è di aiutarli a vivere con pienezza la realtà dei rapporti con amici in carne ed ossa in luoghi fisici, è evitare l’unico vero rischio del digitale che è l’isolamento sociale.
Domande:
- Un genitore che deve scegliere il momento in cui lasciare in mano uno strumento tecnologico al figlio, con che parametro ragiona, se non è né un dinosauro né un sempliciotto? Perché c’è un’evoluzione anche negli errori dei genitori. […]
B: […] Sulla libertà dei figli noi dovremmo parlarne perché amiamo la libertà dei figli quando fanno quello che decidiamo noi sono davvero, liberi di fare quello che vogliamo noi, amiamo tantissimo questa libertà! Appena la loro libertà li sposta, fatichiamo ad amarla. È la risorsa che hanno ed è la risorsa che fa sì che io non sia segnato: posso essere anche il figlio del peggiore papà di questo mondo (posto che esista), ma io posso dire “io”.
Per quanto riguarda gli errori dei genitori, facciamo bene ad impegnarci ma, di solito, ci ricaschiamo, è molto facile che li ripetiamo e ci accorgiamo oppure, a volte, lo facciamo e non ci accorgiamo perché non facciamo più il passaggio di ricordarci come eravamo noi ragazzi.
Anche i genitori cambiano, non sono cambiati solo i ragazzi. È cambiata la società, basterebbe guardare all’”erotizzazione dell’esperienza” che è avvenuta negli ultimi decenni: i bambini sono, sempre più precocemente, esposti non solo alla pornografia (il cui accesso diventa precocissimo) ma basterebbe guardare i cartelloni pubblicitari o cosa passa in tv, cosa si dice, certe volte, in certi programmi radio… non abbiamo idea di cosa guardino i nostri figli! Sono certo che i vostri figli guardano sei o sette serie televisive di cui voi non conoscete neanche il titolo ed il contenuto di queste serie tv non vi piacerebbe perché ci scandalizzano, ci sembrano troppo forti. Il controllo tiene, davvero, pochissimo. Son cambiati loro, son cambiati i prodotti che ci sono per loro, ciò che viene definito “da ragazzi” è molto cambiato rispetto a cos’era definito “da ragazzi” per noi.
C’è una cosa che non è cambiata: il desiderio che i ragazzi hanno di avere degli adulti. Una ragazza di prima media mi ha posto una questione davvero interessante: “Perché la mia mamma non si arrabbia mai quando io porto a casa i 4? Si arrabbiano tutte, perché la mia no?” Perché è la mamma incoraggiante. La ragazza dice: “non voglio che mi massacri, ma se mi dicesse che non va bene…”…chiede che l’adulto faccia l’adulto, ossia che ci sia con un giudizio, che vuol dire: “non ti massacro, magari non ti castigo, cerco di capire insieme a te come mai hai preso 4” oppure “adesso la smettiamo di prendere 4” “come facciamo a non prendere più 4” ma non “si poi recuperi, non ti preoccupare…”. Conosco la mamma, è molto empatica, preoccupata che non si demotivi. La ragazza ha bisogno di un adulto che le dica che, così, non va bene.
Es. all’orientamento di terza media di solito funziona così: incontro i ragazzi, poi incontro i genitori. Ai ragazzi chiedo cosa devo dire, la sera, ai loro genitori. All’inizio sono timidi ma è anonimo, non conosco nemmeno i loro nomi. Accanto a “digli che la scuola che scegliamo la dobbiamo fare noi, la scelta deve essere nostra, non sono loro che devono andare a scuola e devono ascoltarci di più”, sta emergendo un’altra richiesta, che è speculare: “però, se gli chiedo: secondo te, posso fare il liceo scientifico, che non mi rispondano di decidere io”. È singolare questo perché, di nuovo, è il desiderio di un adulto che si esprima. Piuttosto dimmi di sì e mi arrabbio perché mi hai detto sì oppure dimmi di no e farò i conti con te, ma poniti!
Anni fa una ricerca negli Stati Uniti ha chiesto ai ragazzi adolescenti cosa detestassero di più nella madre. La risposta che han dato le ragazze è: “quando si veste come me, da ragazzina”. Fatta, più recentemente, ai maschi la domanda su cosa detestassero di più del padre, loro hanno risposto “quando usa il nostro gergo”. Ci dicono di fare l’adulto.
I genitori di oggi, che fanno tutto quello che possono come hanno fatto i nostri genitori, i nostri nonni, secondo me è bene che ricordino che i ragazzi chiedono un adulto che si pone, con cui scontrarsi, con cui fare una scenata.
Rispetto alla domanda sul criterio da usare per concedere lo smartphone: ogni genitore conosce, il papà e la mamma conoscono i propri figli e sarebbe tremendo che un esperto dicesse…prima, dopo… io farei una valutazione globale: come usa gli strumenti, com’è il suo impegno nella realtà, come sta con gli altri. Posso provare a prevedere la deriva che potrebbe prendere con un certo strumento piuttosto che senza.
La questione che vorrei valutare è che, senza cadere nel ricatto “ce l’hanno tutti”, ad un certo punto, proprio perché sono ragazzi del 2018, interviene il rischio dell’isolamento sociale. È vero che se si scambiano informazione coi telefonini, la scuola manda i messaggi, c’è un registro elettronico, segnano le presenze e tutto diventa digitale…
È proprio una valutazione soggettiva, di ciascun genitore.
Quando è molto precoce? I pediatri dicono: non sotto i dieci anni. Qualcuno cerca di dare un numero… io credo che ci voglia prudenza. La non ingenuità è anche capire come posso non lasciarti completamente sguarnito con questo strumento, solo e abbandonato.
Oggi abbiamo parlato molto dello strumento e poco del contenuto. Tutti noi ed anche i ragazzi, cresciuti con uno strumento che ha un accesso infinito alle informazioni, tendiamo a identificare ciò che ci arriva dallo smartphone come la verità assoluta. Questo è pericoloso perché se c’è qualcosa che distingue l’umano è la capacità di sbagliare. Qual è il filtro da porre? Cosa possiamo fare noi e cosa può fare la scuola per imparare a sviluppare una capacità critica?
B: E’ un problema sociale quello delle fake news. È un problema vecchio: ai miei tempi si diceva: “l’han detto alla tele”, però bisogna parlarne ai ragazzi. La questione è culturale, non digitale. È l’attendibilità delle fonti e l’affidabilità di un testimone… che il testimone si chiami Google, sia il mio papà, il mio compagno di banco, il sito della Repubblica o sia uno che sul tram dice una cosa strana.
Perché il testimone sia affidabile deve sapere di cosa sta parlando e non deve volermi ingannare, almeno questo come criterio di base. Non tutti sono dei testimoni affidabili.
Possiamo lavorare sulle fake news: come riconoscerle, come, ad es., un dettaglio di una foto, decontestualizzato, può assumere un significato che non aveva originalmente o una foto, pubblicata oggi, del 2012 ma senza dirlo… la post verità cosa vuol dire? Che non importa cosa si dice ma come lo si dice, non conta se è vero ma quanto diventa emotivo.
Ai ragazzi bisognerebbe parlare anche dello specifico, basterebbe dire ciò che sembra ovvio ma che ovvio non è: una notizia che rimbalza su Facebook piuttosto che su Snapchat non ha la stessa attendibilità che quella di un sito di un quotidiano. Anche i siti dei quotidiani non sono tutti uguali.
Si deve porre la questione dell’attendibilità delle fonti, cogliendo l’occasione, culturale, non è solo per proteggerli dalle fake news su Internet… la questione è specifica del digitale ma si allarga: “chi è un testimone affidabile, a chi credo?” Parliamo ai ragazzi di questo, magari partendo dalle fake news.
La scuola può essere un luogo dove essere felici? Per prepararmi alla lezione di catechismo che dovevo tenere, ho fatto lo stesso interrogativo pensando al mio lavoro: può essere un posto dove essere felice? Come esercizio ho preso degli appunti ogni volta che capitava qualcosa nella giornata, ma, per distrazione, ho smesso. Ho provato a fare la scelta drastica di lasciare il telefono a casa. Mi aveva colpito positivamente questa esperienza.
B: Sono scelte individuali, se pensa che questo è un aiuto e un richiamo a vivere con più intensità la realtà, è la strada che ha trovato. È il soggetto che valuta per sé.
Mi accorgo che mio figlio, a 8 anni, mette, in cima alla lista delle cose che gli piacciono fare, il giocare ai videogiochi.
B: C’è una questione più generale: il proibito ha un’attrazione irresistibile. Conviene ridurre il campo del proibito. È quel delicato equilibrio che a noi tocca capire: se non fa male, se è lecito, non è pernicioso a volte conviene concedere, questo in generale. Per quanto riguarda i videogiochi, è una cosa che non mi appassiona, quindi non attingo alla mia esperienza, ma incontrando i ragazzi so che sembra bello. Credo loro, credo che sia attraente, divertente. La questione è: a cosa giocano, con chi giocano? Perché se gioco online posso giocare coi miei compagni. È diverso giocare da solo contro il computer e giocare online con i miei compagni di classe o con delle persone che sono sconosciute, straniere. Si tratta di capire come viene usato, il tipo di gioco (a volte diamo in mano dei giochi che non conosciamo), il contenuto del gioco, il tempo, con chi gioca.
Contingentare il gioco non è una cattiveria e non è una punizione ma è liberare il tempo perché il vero rischio che c’è con i videogiochi è che, appena ho un attimo libero, mi viene da fare quello. Il videogioco è un potentissimo antinoia, non devo farmi venire nessuna idea. Guarda piuttosto un documentario, è sempre video, è schermo ma il contenuto è diverso, leggi un libro, gioca con i tappi, fatti venire un’idea, che non ti suggerisco io.
L’idea del limitare il tempo di gioco non è, solo, per togliere i rischi o per punirti ma proprio per favorire, in te, la nascita di nuove idee. Sappiamo che hai anche il diritto di stare sdraiato sul letto a guardare il soffitto, dopo un po’ ti stufi. Dovremmo resistere a questo ricatto della noia.
Per es. A volte la scuola è noiosa, a volte sono io che non mi lascio eccitare, non mi lascio provocare, abbiamo dei bambini o ragazzi cui non interessa niente, è tutto uguale, piatto. Non è la realtà che non è interessante ma è accaduto qualcosa per cui io non mi faccio piu’ provocare, la realtà provoca sempre ma è accaduto qualcosa in me. Quando accade, il lavoro è: come faccio a far sì che la realtà torni ad essere provocante? Qualche volta serve un gioco particolare, qualche volta serve un lavoro personale.
A scuola c’è la trappola dell’interesse. Quando sento un ragazzo che dice che non studia musica perché non gli interessa… questo è un errore perché sarà studiando musica che ti interesserà!
L’errore è pensare che l’interesse preesista. Io sono lì, ho l’interesse per la musica e mi metterò a studiarla. “Interesse saltami addosso!”
Ho l’interesse per la matematica… ma chi l’ha? È solo facendo matematica che mi verrà l’interesse. L’interesse non preesiste, segue l’impegno. I ragazzi cascano nella trappola dell’interesse: non lo faccio perché non m’interessa. Invece: inizia a farlo, poi scoprirai che matematica per te è una pizza, la farai lo stesso perché devi farla però… magari scoprirò che mi interessa la storia perché la studio, non è che la studio perché mi interessa. Bisogna provocare questi ragazzi!
La questione dell’interesse è legata all’aspetto della fatica. Qualsiasi cosa che implica una fatica automaticamente è scartata. Occorre scoprire che la fatica riempie, è facendola che scopri un gusto.
B: Io sono lontano dalla mistica della fatica. Nessuno, sano di mente, può voler far fatica. Con i ragazzi lavorerei piu’ sulla meta. Lo sguardo è sulla meta, perché la fatica, se possiamo, non la facciamo. Io non sono contento se faccio fatica, ma lo sono se arrivo alla mia meta, qualunque meta mi ponga. A volte la condizione per arrivare alla meta è fare fatica, allora lo sguardo sarà sul “dove vuoi arrivare”.
Esempio: dobbiamo mettere sette sveglie per svegliarti alle 7, la domenica che devi andare a sciare alle 5 sei sveglio. Perché non è faticoso svegliarti alle 5 quando vai a sciare? Perché hai in mente la meta. Io voglio andare lì, alzarmi alle 5 è semplicemente la condizione cui devo sottostare, un po’ faticosa, per poter andare a sciare.
I ragazzi hanno una paura tremenda della fatica, lo vedo quando faccio l’orientamento per la terza media.
“Faccio scienze applicate” “Perché non lo scientifico?” “Non voglio far latino” “Cosa ne sai del latino?” “E’ difficile” oppure “Papà mi ha detto che non serve a niente…”… quel papà ha diritto di dire quello che pensa… ma me lo mangerei!
La paura di far fatica, ad es. sulla scelta della scuola superiore, porta molti studenti a giocare al ribasso. C’è poca disponibilità alla fatica, ma io credo che, soprattutto con i ragazzi, convenga ipotizzare il fascino della meta, del “dove voglio arrivare” ed accettare quella condizione, a volte faticosa, che dovrò passare da lì (banalmente che per essere promosso dovrò studiare).
Francesco Riva: questa serata mi ha colpito perché siamo partiti parlando dei problemi che il digitale e le nuove tecnologie pongono e, in realtà, siamo finiti a parlare di educazione, che significa crescere i nostri figli. Questa fida è alla portata di tutti, non è necessaria una competenza tecnica (è utile, sicuramente) ma si tratta del mio rapporto con la realtà, i miei ragazzi, mia figlia, mia moglie; si può partire dall’esperienza che si fa con la realtà.
